giovedì 15 novembre 2007

I GUARDIANI DEL GIORNO


Daywatch/Dnevnoy dozor

Russia 2006

REGIA

Timur Bekmambetov

INTERPRETI

Vladimir Menshov,Valery Zolotukhin,Rimma Markova,Galina Tyunina,Victor Verzhbitsky,Aleksei Chadov,Konstantin Khabensky


SCENEGGIATURA

Timur Bekmambetov e Sergei Lukyanenko

Tibur Bekmambetov torna ancora con la saga di Nightwatch di Lukyanenko, grandissimo successo in patria e chiave di svolta per l'industria cinematografica russa. Questo secondo capitolo pare essere ancora più denso di azione del precedente. Quello che colpiva del primo capitolo era la maniera assolutamente cafona ma efficace con cui Bekmambetov utilizzava tutti gli espedienti visivi più di impatto, scene d'azione oltre l'immaginabile, bullet time e ralenti a manetta e l'epitome dell'esagerazione. Nel secondo arriviamo ad affrontare i grattacieli e il mito dei guardiani della forze del bene e del male si evolve in direzione verticale. Per fortuna la produzione russa ha capito di non doversi fossilizzare sul modello originale. Daywatch infatto è scritto molto meglio del precedente, la storia è decisamente più complessa e densa di svolte narrative e colpi di scena. Lo stesso protagonista,Anton, si produce in performance complesse e grottesche, approfondendo notevolmente il personaggio. Per adesso il futuro del cinema russo è legato esclusivamente a Bekmambetov e dopotutto ai fuochi d'artificio, ma se dovesse far scuola abbiamo una scena notevole da cui attingere.

di Gianluigi Perrone

TIDELAND - IL MONDO CAPOVOLTO


Tideland

USA 2006

REGIA

Gregory Hoblit

INTERPRETI

Jeff Bridges, Jodelle Ferland, Janet McTeer, Brendan Fletcher


SCENEGGIATURA

Tony Grisoni e Terry Gilliam

L'interpretazione di Terry Gilliam del durissimo romanzo di Mitch Cullin è decisamente uno dei lavori più controversi degli ultimi anni. Da una parte lo stile di Gilliam è evidente, assolutamente riconducibile ai lavori precedenti del regista, Paura e Delirio a Las Vegas e La Leggenda del Re Pescatore soprattutto. Dall'altra è un film incredibilmente disperato e acre che quasi cozza con lo stile irreale del regista. Infatti se la storia della piccola Jeliza Rose, figlia di due tossici diretti in overdose,abbandonata nelle mani del popolo che vive ai margini nel mondo visto coi suoi occhi di novella Alice (Carroll è l'ispirazione principale del romanzo), è estremamente crudele e non può che riempire lo spettatore di un surreale,poetico disagio, non è escluso che sia proprio la regia di Gilliam a edulcorare minimamente un testo estremamente nero. Nonostante il film sia incredibilmente forte ed efficace, probabilmente grazie anche a ottimi interpreti, un Jeff Bridges hyperdude ed una Janet McTeer a la Carl McCoy ma soprattutto al "fenomeno" Jodelle Ferland, questo piccolo gioiello di schizofrenia, non riusciamo a immaginare quanto sarebbe stato duro il suo approccio in mano ad un Armony Corine o a Gregg Araki. Ma quello che sarebbe potuto essere non ha senso, visto che comunque l'interpretazione del testo di Gilliam è comunque delicatamente perversa e orbita intorno a necrofilia e pedofilia senza però addentrarvici troppo. Tideland potrà avere dei difetti(alcune lungaggini ad esempio) ma va visto con la parte giusta del cervello e con sufficiente apertura mentale da accettare la bellezza dell'abiezione e dell'orrore di vita , come era comunque Henry di McNaughton, ma trascendendo il genere o idealmente abbracciandoli tutti. A suo modo unico.

di Gianluigi Perrone

sabato 10 novembre 2007

IL CASO THOMAS CRAWFORD


Fracture

USA 2007

REGIA

Gregory Hoblit

INTERPRETI

Anthony Hopkins, Ryan Gosling, David Strathairne e Rosamund Pike


SCENEGGIATURA

Daniel Pyne e Glenn Gers

Un ingegnere aeronautico (Anthony Hopkins) uccide la moglie creando un delitto perfetto. La pratica dell’accusa viene affidata a Willy Beachum (Ryan Gosling), giovane e rampante avvocato che è un procinto di lasciare la procura distrettuale per entrare in uno studio privato. Però quello che doveva essere un processo lampo si trasforma in un gioco al gatto ed al topo.
Ennesima delusione di Gregory Hoblit, che dopo un paio di buoni film all’inizio è scivolato in un abisso di prove mediocri da cui sembra non volere uscire. Fracture è un innocuo esempio stilistico di duello tra due personaggi; Hopkins rifà Hannibal Lecter, mentre il bravo Gosling ritira fuori tutto (o quasi) il suo bagaglio di ragazzino duro. Un duello dialettico dove i due si fronteggiano a colpi di lunghissimi dialoghi che allungano a dismisura la pellicola. Insomma un thriller di poca cosa questo Fracture che cerca eloquentemente di fare solo due cose: incastrare quà e là qualche pezzo del puzzle e far giocherellare il più possibile i protagonisti. C’e pure un timido accenno critico ad un sistema legislativo, ma è troppo poco messo in risalto per essere il tema portante; un vero peccato perché ad un certo punto poteva prendere questa strada e il film ne avrebbe di sicuro guadagnato. Insomma un'altra grande occasione persa per questo Hoblit che infila per lo meno una buona dose di inquadrature azzeccate e ci da prova di un’ innata capacità di saper dirigere gli attori. Se solo lo script fosse stato meglio.

di Daniele Pellegrini

mercoledì 7 novembre 2007

THE BOURNE ULTIMATUM


The Bourne Ultimatum

USA 2007

REGIA

Paul Greengrass

INTERPRETI

Matt Damon, David Strathairn, Joan Allen, Albert Finney, Paddy Considine, Scott Glenn e Julia Stiles

SCENEGGIATURA

Tony Gilroy e Scott Z. Burns

Capitolo finale della trilogia sull’ agente segreto smemorato più famoso del cinema (se ampliamo il campo ci sarebbe XIII a cui forse Robert Ludlum avrebbe dovuto qualcosa). Caso strano in questo senso è il sottotitolo italiano di smithiana memoria: Il ritorno dello sciacallo. Chi non ricorda il dibattito sulle trilogie in Clerks 2 tra “Il ritorno dello Jedi” e “Il ritorno del Re” (che a dir la verità fanno pena tutte e due). Ecco per una volta i distributori italiani danno un idea di quello che è e che sarà per sempre la saga di Jason Bourne: il miglior esempio degli ultimi anni di un trilogia fatta con coerenza e passione. Detto questo c’è da dire che lo sciacallo (mi viene in mente solo il film di Zinnemann) lo avranno visto solo i distributori italiani. Ok, estrapolazione del cavolo, passiamo al film. La regia viene di nuovo affidata all’istrione con tendenze al Parkinson (con tutto il rispetto possibile per la malattia) di nome Paul Greengrass, già autore del notevole secondo capitolo e di altri buoni prodotti più o meno politici (in realtà lui è un regista di cronaca). Difatti per la prima volta la saga cerca di fare politica. Ed ecco spuntare come per magia il termine “omicidio preventivo da parte di agenzie segrete”. Cose brutali che ormai non sono più ipotesi di complotto, ma cronaca. Quella cronaca scritta su un trafiletto di qualche giornale (naturalmente non italiano, non si sa mai). Ecco un altro caratteristica di questo ultimo capitolo: il giornalismo. Per la prima volta nella saga la storia di Bourne esce dai corridoi dei palazzi dei servizi segreti e si affaccia al mondo reale sulle pagine di un giornale. Ed è strano che poi sia proprio da lì che parta la caccia a Jason Bourne; le grandi teste possono accettare spie e contro spie, giochi di potere e quant’altro ma non possono far sapere al mondo quello che sta succedendo; cioè “omicidio preventivo da parte di agenzie segrete” di cui lo stesso Bourne ne è l’essenza. Tutto torna insomma come gli svariati inseguimenti e lotte, marchio di fabbrica della saga. Da Mosca a Tangeri, da Madrid a New York ci sarà sempre da menare o da spingere a tavoletta l’auto (o la moto. la grande novità) in inverosimili inseguimenti. Inutile dire che anche questa volta questi non tradiscono l’attesa ma se vogliamo proprio mettere i puntini sulle “i” non aggiungono molto a quelli che avevamo già visto nei primi due capitoli. Associamo poì un finale semplice che riesce a concludere la saga con intelligenza e convinzione e avrete un idea di che cosa è la saga di Bourne. Un plauso al responsabile del casting per la scelta dei comprimari; dal primo capitolo si sono affacciati gente del calibro di Chris Cooper, Clive Owen, Franka Potente, Karl Urban, Joan Allen, Brian Cox, David Strathairn, Scott Glenn, Paddy Considine e Albert Finney, aggiunti al fatto che Matt Damon in tutta la saga parla pochissimo; è un altro valore aggiunto in più da accreditare alla saga.

di Daniele Pellegrini

domenica 4 novembre 2007

QUEL TRENO PER YUMA


3:10 To Yuma

UK 2007

REGIA

James Mangold

INTERPRETI

Christian Bale, Ben Foster, Russell Crowe, Alan Tudyk, Vinessa Shaw, Peter Fonda, Gretchen Mol, Kevin Durand

SCENEGGIATURA

Halsted Welles, Michael Brandt, Derek Haas

Più che un remake, questo di James Mangold è una rivisitazione blockbuster del racconto di Elmore Leonard che dopotutto era l'elemento più forte del film. Mangold non è incapace, i problemi dei suoi film sono semplicemente una mentalità che dà più peso ad elementi che tendono a annacquare un vino che altrimenti può inebriare. Vedasi l'impronunciabile biopic su Johnny Cash. In 3:10 To Yuma in fin dei conti ci sono elementi positivi ed altri negativi. Non era difficile dare forza alla esperienza di convivenza forzata tra il feroce bandito Ben Wade ed l'umile contadino Dan Evans quando hai come interpreti Russell Crowe e Christian Bale. Ed infatti i due personaggi giganteggiano,le frasi rimbombano nelle loro bocche e rapiscono troppo la scena per biasimare le inspiegabili lungaggini che vessano sul corpo centrale del film. In effetti il film è assurdamente lungo e non tiene conto della suspance che teneva l'originale, trasformando il film in una epica storia d'onore tra due personaggi fortissimi. Eppure quello che era sulla carta era altro. E infatti è nel finale(cambiato per l'occasione) che il film prende quota e ritmo,complice una ritmo tamburellante ed una regia nerboruta. Mangold ha fatto quello che spesso tentano di fare i registi che oggi(raramente) tentano di riportare in auge il western: guardano un sacco di vecchi film del genere trovando maggiormente interessanti gli spaghetti western e quindi ne aggiungono gli elementi nel film. Se il film originale era uno western di regia grossomodo classica con qualche elemento differente dal solito, il suo remake è un western sensazionalista e fracassone che prende regia e molte trovate dalla tradizione italiana. Il film alla fine funziona perchè gli elementi sono professionali, attori di personalità (compreso un Ben Foster in stato di grazia)e dopotutto rispetto per il modello originale.

di Gianluigi Perrone

STARDUST


Stardust

UK 2007

REGIA

Matthew Vaughn

INTERPRETI

Charlie Cox, Sienna Miller, Peter O'Toole, Mark Strong, Jason Flemyng, Michelle Pfeiffer, Robert De Niro e Claire Danes

SCENEGGIATURA

Jane Goldman e Matthew Vaughn

Che il fantasy sia di moda è un dato di fatto; a pochi anni dal portentoso successo del Signore degli anelli già si può fare un piccolo bilancio sull’ enorme quantità di pellicole ambientate in mondi fantastici e magici. Tralasciando l’adolescenziale Harry Potter che fa gioco a se, purtroppo il genere sembrava ancorarsi a prodotti più o meno innocui; film che generavano scarso interesse se non avevi meno di dieci anni. Serviva un po’ di maturità nel genere; e dove trovarla se non in Neil Gaiman vero cantore del new fantasy letterario. Matthew Vaughn, già produttore di Ritchie e nonché regista del bellissimo Layer Cake (da noi uscito con il titolo di Pusher), deve aver capito subito il potenziale di tale operazione. Un Gaiman trasportato al cinema con parecchi soldi di budget è un autentica miniera d’oro. Peccato che scelga di fare il romanzo più deliziosamente classico dello scrittore. Stardust alla fine non è altro che un fantasy vecchio stile ringiovanito dagli effetti speciale che cerca di ricalcare le orme degli ormai classici La storia fantastica e Willow. Il rischio è di cadere in un restyling ridicolo; per fortuna gli riesce quasi tutto. Come avevo detto le basi sono classiche; Vaughn si preoccupa principalmente di creare una storia che sia più il veloce possibile. Non gli interessano per fortuna le piccole sfumature o le grandi scene epiche. In Stardust c’è la storia (una cometa caduta o l’eredità del Re) e grandi e piccoli personaggi che interagiscono con essa nel modo più semplice e divertente possibile. Prendete il capitano Shakespears, interpretato finalmente da un ottimo DeNiro; un pirata che nasconde alla ciurma il suo essere gay. Un personaggio talmente goliardico che pure la sua breve apparizione sarà elettrizzante. O i fantasmi dei potenziali re uccisi, che seguono le vicende da spettatori non paganti. In poche parole Stardust è un opera essenziale e divertente che di certo non deluderà gli spettatori di qualsiasi età. C’è solo un pò di malinconia nel vedere anni fa la trasposizione di MirrorMask in versione low “Tiratissimo” budget e l’incubo di non vedere mai un film su Sandman o American Gods. Speriamo solo che questo Stardust abbia aperto la coscienza dei produttori.

di Daniele Pellegrini

INVASION


Invasion

USA 2007

REGIA

Oliver Hirschbiegel e James McTeigue

INTERPRETI

Nicole Kidman, Daniel Craig, Jeremy Northam, Jeffrey Wright

SCENEGGIATURA

David Kajganich

A quanto stiamo? Al terzo rifacimento. E pensare che ero pure ben accetto da l'idea di una rimodernizzazione dell'invasione degli ultracorpi di Don Siegel. In fin dei conti, come nel primo, anche Kaufman e Ferrara avevano usato il racconto di Jack Finney come specchio delle paure dell'epoca. Insomma visto come siamo messi c'è materiale per ricamarci sopra. Eppure c'è qualcosa che non quadra nella versione di Oliver Hirschbiegel (sostituito nel finale da McTeigue). Un male che affligge molti film del nuovo millennio; la spiegazione scientifica. La paura in cambio di paroloni come cellula, micro-organismi e DNA. Un baratto difficile da accettare per chi si aspetta un film con un minimo di tensione. Non sarò io a dare lezioni di cinema a chi lo fa di mestiere; ma è l'ignoto che fa paura. Il risultato di questa decisione può portare solo a un film noioso, presuntuoso e senza la consapevolezza di come finirlo. Eppure da salvare c'è la protagonista (Nicole Kidman), spaesata spettatrice di una carneficina. Tutti si chiedono perché o per cosa mentre a lei interessa solo di salvare suo figlio. Agisce per un istinto naturale; la cara e vecchia sopravvivenza. Risulterà in fin dei conti l'unico personaggio vero e interessante di un film sterile e scritto male (chiedete al povero Daniel Craig, a lui le battute peggiori del film). Avevo detto prima che il film non aveva la consapevolezza di come finire. Almeno questa è la sensazione dopo un'oretta di film. Il risultato è ancora peggio. Un bieco tentativo di trasformare un film noioso ma pure sempre intelligente in teatrino mal riuscito per l'intrattenimento. Un distacco enorme che fa scivolare il film in un inverosimile happy end. Quindi senza fare le dovute differenze con il finale strepitoso dell'invasione degli ultracorpi di Kaufman (da noi uscito con il titolo Terrore dallo spazio profondo) mi piacerebbe giudicare il film con il materiale scartato da McTeigue. Solo così si può dare un giudizio obiettivo di Invasion. Perchè per quello che ho visto è pessimo e la maggior parte delle colpe vanno distribuite negli ultimi minuti del film. Il resto poteva essere interessante. Giudizio in sospeso quindi.

di Daniele Pellegrini